martedì 15 maggio 2018

QUELLI CHE IL CERRO TORRE (di Marta Trucco)


Già pubblicato su GQ di Novembre 2014
 
Guido Grando "Herreria El Chaltén"
“All'improvviso tutta l'adrenalina e l'energia che mi avevano condotto fin qui si dissiparono, e io mi sentii nudo e fragile, come fossi diventato in un istante mio nonno, e mio padre, e mia madre. E tutta la paura che loro  avevano provato per me, per la mia vita, mi si rovesciò addosso”.
Ecco cosa racconta di aver provato l'alpinista italo-argentino Rolando Garibotti sulla cima del Cerro Torre nel gennaio del 2008, dopo aver portato a termine, insieme all'americano Colin Haley, un'impresa epica: la traversata, passando per le cime, delle  montagne che vanno sotto il nome Gruppo del Torre: Aguja Standhart, Punta Herron, Torre Egger e Cerro Torre. Una traversata che in pochi, prima di allora, avevano immaginato possibile e che nessuno dopo Garibotti e Haley ha mai più ripetuto.
Doerte Pietron e Rolando Garibotti
Una corsa durata quattro giorni e quattro notti su difficoltà sempre estreme, lungo pareti verticali ricoperte da strati  di ghiaccio sottile, senza nessun riparo da un vento che spazza via e dalle scariche che piombano improvvise dagli immensi funghi di ghiaccio e neve che ricoprono le sommità. E senza via d'uscita che non sia la cima del Cerro Torre.
E qui basti pensare che, fino a poche decine di anni fa, il Cerro Torre - sono stati i Ragni di Lecco, nel gennaio del 1974, la prima cordata ad aver raggiunto la cima del fungo di ghiaccio del Torre - era considerata la montagna impossibile ed è tuttora ritenuta tra le più difficili del mondo.
Cerros Torre e Egger ricoperti di neve dopo una tempesta
 
Siamo nel cuore delle Ande Patagoniche, terre da sempre meta di avventurieri,  uomini e donne, che vogliono scalare montagne,  attraversare ghiacciai o raggiungere luoghi dove non è stato nessuno.
Fino agli inizi del secolo scorso buona parte di questo territorio era completamente inesplorata, e fu un italiano, Padre Alberto Maria de Agostini, il primo a realizzare un' accuratissima carta della Patagonia meridionale che colmò le numerose macchie bianche delle mappe precedenti. Si era imbarcato come missionario per il Sud del continente americano, e con la scusa di portare agli indios il Vangelo, esplorò in lungo e in largo la Cordillera delle Ande australi scalando montagne alle quali dette il nome (Cerro Pier Giorgio, Cerro Pollone, suo paese natale, Cerro Cagliero ...) e attraversando  i ghiacciai. “Si può essere un buon salesiano e un buon geografo”, diceva. 
Padre A. De Agostini

Da allora nulla del paesaggio intorno al Cerro Torre è cambiato, è soltanto molto più facile arrivare ai confini di quelle terre remote. Bastano quattro ore di volo da Buenos Aires a cui vanno aggiunte tre di autobus e così, lentamente,  si ha modo di abituare gli occhi a quei luoghi dove la natura da spettacolo. Laghi azzurro-verdi che sembrano mare da tanto sono immensi, fiumi che solcano con impeto valli di origine glaciale, e steppa steppa steppa finché la strada vira verso Nord e, se il tempo è bello, contro il cielo si staglia il profilo di montagne bellissime e spaventose.


La strada e la civiltà finiscono a El Chaltén, piccolo paese di 1500 abitanti,   fondato vent'anni fa dall'ultima generazione di pionieri, gente che si è costruita la casa con le proprie mani in un luogo dal clima impietoso ma dove non mancano spazi e libertà per cominciare una nuova vita.
Il Fitz Roy da Nord

A El Chaltén fanno base gli alpinisti che vengono da ogni dove per scalare le montagne, o per dare il nome a quelle che ancora non ce l'hanno.
Non sono di quelli che fanno conferenze stampa prima di partire: non è la gloria che cercano ma la sfida con se stessi, perché chi si avventura in quelle terre remote, può contare solo sulle proprie forze e sulla propria determinazione. E' un mondo, il loro, in cui la competizione resta sullo sfondo, e quello che conta sono cose rare. Tra queste la ricerca della bellezza: “Le guglie hanno le forme caotiche ed eleganti di una cattedrale di Gaudì, dice Rolando Garibotti a proposito del
La skyline dalla Lagunas Gemelas
Gruppo del Torre. “Lungo le pareti verticali si avvitano linee e sul granito dorato arabeschi di neve simili a viticci proiettano ombre blu.  La skyline di queste montagne, stupenda e terribile, ha la geometria  più attraente che io abbia mai visto: bella, ovvia e difficilissima”.  “Non ho mai visto una montagna più bella”, gli fa eco Doerte Pietron, tedesca 33 anni, compagna di Garibotti nella vita, prima donna al mondo ad aver ripetuto la via aperta dai Ragni di Lecco e unica donna ad aver scalato il Cerro Torre due volte. 
Incerto Mattino verso il Fitz Roy
Non si sentono dei super-eroi, dicono che più che la tecnica, l'allenamento, il talento, la preparazione, la consapevolezza, conta la motivazione, è quella che spinge a superare difficoltà così elevate e patimenti tanto duri: il freddo, il vento, la fatica, le notti insonni, la paura. Garibotti ricorda che durante le lunghe notti in parete si chiedeva cosa lo aveva spinto fino a quel punto, a dover correre rischi così alti e lasciare da parte le certezze, l'amore, gli affetti. “La mattina, però, sapevo di non avere scelta: ciò che stava sopra di me aveva un’attrazione maggiore di quello che stava sotto”. “Ci vuole anche una buona dose di fortuna”, aggiunge Doerte. “Trovare buone condizioni. Ma la motivazione ti spinge a tornare, se la prima volta non hai avuto fortuna. Anche la paura è uno stimolo, ma delle volte ti fa tornare indietro, e magari ti salva la vita”.
Visuale aerea del massiccio Torre-Fitz Roy
Con la traversata del Gruppo del Torre del 2008 sembra caduto anche l'ultimo tabù, dopo la prima invernale, la prima solitaria, la prima femminile... “L'epoca della conquista è passata, dice Garibotti, ma ogni nuova generazione definisce i “pali della porta”. La porta si fa sempre più stretta e più difficile sarà fare gol, ma c'è ancora tantissimo da tentare, il futuro va verso l'arrampica libera: due persone, una corda, nessun ricorso all'artificiale”. 

Scalando un un "tubo" nel ghiaccio del Cerro Torre
Molti dei giovani alpinisti che arrivano a El Chaltén vanno a casa di Rolando e Doerte per chiedere consigli, guardare le carte, consultare le previsioni del tempo, capire se si può contare su una brecha, una finestra di bel tempo, in modo da essere al momento giusto nel posto giusto, perché il bel tempo difficilmente dura più di due giorni, e questa variabile alza a dismisura il livello della difficoltà e del rischio. E anche perché ci sia qualcuno che sappia entro quando, al massimo, dovrebbero fare ritorno -il calcolo è presto fatto dal momento che El Chalten è l'ultimo punto dove si può fare rifornimento e da lì si parte a piedi con tutto il carico sulle spalle. 
Bosco di faggi australi (nothofagus antartica)

C'è anche un'altra dimensione in quei luoghi, quando non si ha l'obiettivo di scalare montagne. Gli alpinisti amanti dell'avventura vera, quella che non sai cosa c'è dietro l'angolo, possono fare la Vuelta del Torre, un percorso dal sapore polare attraverso lo Hielo Continental Sur e intorno al Gruppo del Torre e del Fitz Roy, che richiede più che altro grandi capacità di adattarsi all'isolamento e a condizioni ambientali che possono esser molto, molto ostili. “Ma laggiù ogni sforzo sarà ripagato semplicemente lasciando vagare il cuore in un paesaggio solenne e misterioso, abitato dai contrasti più sorprendenti e dalle più straordinarie manifestazioni del bello. E quello che si prova, alla fine, è un grande senso di libertà”, parola di Marcello Cominetti, Guida alpina
Lucco, Cominetti e Salvaterra e sullo sfondo il gruppo del Torre
e alpinista che quei posti li frequenta da più di trent'anni. Allora El Chaltén non esisteva, c'era solo una casa con il tetto giallo e un gaucho, Don Rodolfo Guerra,  che c'è ancora ed è l'unico vecchio del paese. “Era tutto più complicato dal punto di vista logistico ma c'erano anche molte meno regole e più libertà d'azione. Se uno arrivava con dei chiodi, un'accetta, una sega e un martello, si poteva costruire una casa”.
Cominetti e Sandro Pansini sul Fitz Roy 1992
Marcello Cominetti è stata la prima Guida a portare clienti a scalare le grandi montagne, con uno di loro ha raggiunto nel 1992 la cima del Fitz Roy, ma se gli chiedete come ha fatto vi risponderà che è stato fortunato - e con questo intende dire che ha avuto tempo buono.
Lucco e Salvaterra, Via Californiana al Fitz Roy

Ora è appena cominciata l'estate nelle terre australi e poche settimane fa  (il 6 ottobre) già una prima cordata ha scalato la parete Ovest del Cerro Torre e raggiunto la cima: erano gli italiani Ermanno Salvaterra (autore della prima invernale sul Torre e di numerose altre aperture) Thomas Franchini e Nicola Binelli. 
Mentre l'ultima impresa che forse si può paragonare per straordinarietà a quella compiuta da Garibotti e Haley nel 2008 – se pure da queste parti ogni salita può considerarsi straordinaria -  è stata la traversata del gruppo del Fitz Roy compiuta in tre giorni nella scorsa stagione da due fortissimi climbers americani poco più che ventenni: Alex Honnold e Tommy Caldwell. “E' stato bello - è tutto quanto hanno detto ai primi che li hanno visti tornare - ma ora siamo un po' stanchi”.
E sono andati in paese a mangiarsi una pizza.
Marta Trucco
Arrampicata sul Paredòn sopra El Chaltén. Sullo sfondo il Fitz Roy
E ci tocca pure farel'autostop...

L'autrice Marta Trucco sull'Aguglia
di Goloritzè in Sardegna





martedì 1 maggio 2018

L'ISOLA CHE NON C'ERA


  Leggenda e realtà nei mari patagonici
    
Verso la Isla de los Muertos, Rio Baker, Cile
       Molti anni dopo, in una locanda malfamata di Puerto Montt  dove Antiguo Vidal si trovava per sbrigare i suoi traffici, ascoltò quasi per caso- ma esiste poi il caso? o è piuttosto la somma di avvenimenti ineluttabili che ci conducono a sbattere contro il nostro destino? -  dalla voce di un marinaio accasciato lungo il bancone del bar, la storia che di lì a poco gli avrebbe svelato la verità sulla scomparsa di suo nonno avvenuta da quelle parti almeno un secolo prima. L’isola alla foce del Rio Baker, diceva il marinaio con la voce roca impastata dal rum e dal fumo,  che sulle carte risultava senza nome, in verità un nome ce l’aveva, un nome che evocava una vicenda avvolta in un intrico di piante e di oblìo e testimoniata da cumuli di ossa e teschi cui nessuno mai aveva dato sepoltura. Poi, come per scacciare orribili pensieri, trangugiava il fondo del suo bicchiere prima di sbatterlo con un colpo secco sul banco.    


Antonio Pirincho Vidal e Florentina Bahamondes
A cavallo tra l’ ottocento e il novecento la maggior parte dei diritti di sfruttamento del territorio della Patagonia era di proprietà di poche Società Anonime costituite da coloni europei. L’attività produttiva si basava sulla produzione di lana di pecora nella secca steppa Argentina spazzata dal vento, e di legname, che invece abbondava sul territorio umido cileno che si affaccia sulle tempeste del Pacifico dove viene lambito dalla fredda corrente di Humboldt.
       Proprietari di estensioni immense, i coloni dettavano le regole, forti del fatto di trovarsi lontano dal potere centrale assestato nelle capitali di Santiago e Buenos Aires dove le notizie di ciò che accadeva alla fine del mondo giungevano frammentarie e accomodate in  modo favorevole rispetto a chi le inviava. 


       Contando sull’impunità, le ricche Società che facevano perlopiù capo alle famiglie Menendez-Bethy, Bridges, Nogueira e Braun  si macchiarono di crimini orrendi a cominciare dalla sterminio sistematico delle popolazioni indigene per continuare con quelle dei “peones” che si ribellavano all’eccessivo sfruttamento nel loro duro lavoro.  I tentativi di sciopero furono via via soffocati e la repressione culminò con le stragi del 1923, quando l’esercito argentino intervenne per schiacciare l’ irredentismo capitanato dall’ anarchico Antonio Soto e dal suo braccio destro El Toscano.

Isla de los Muertos


 Tra tutti gli episodi tragici di quell’epoca quello cui faceva cenno il vecchio marinaio a Puerto Montt è davvero poco noto, ma a Caleta Tortel, villaggio cileno alla foce del Rio Baker solo da pochi anni raggiunto dalla Carretera Austral voluta dal dittatore Pinochet, Antiguo Vidal trovò non poche persone capaci di raccontare la storia che avvenne sull’isola, i cui particolari macabri variavano in funzione della quantità di Pisco bevuta nell’occasione.


Croci sull'Isla de los muertos
        Caleta Tortel sorge in una zona dove il clima è tra i più umidi della terra: basti pensare che piove una media di 345 gg. all’anno. Lì la foresta cilena deve la sua accessibilità al fatto che è percorsa dal Rio Baker, fiume  dalla portata gigantesca che nasce dal lago Bertrand e si getta in un profondo fiordo del  Pacifico dopo 250km di tortuoso percorso. Questa via d’acqua venne da sempre utilizzata per la navigazione locale e per il trasporto del legname che veniva poi caricato sulle navi da cabotaggio che giungevano alla foce del Rio Baker dall’ oceano.



        Durante la più grande campagna di taglio di alberi che si ricordi nella zona, erano stati contrattati dalla Società che esercitava la sovranità terriera sull’ area, un grande numero di operai che erano accorsi in massa dall’ isola di Chiloè e da molte altre parti della Patagonia. Avventurieri e fuggiaschi vari trovavano in questi lavori a tempo determinato la loro fonte di sostentamento e quando la campagna ebbe termine si ritrovarono tutti concentrati nei baraccamenti costruiti sull’ isola più grande, allora senza nome, alla foce del Baker.
Carretera Austral

Restavano solo da pagare quelle centinaia di braccia che avevano appena finito le loro fatiche e poi la maggior parte di loro poteva fare ritorno alle loro case e famiglie, se mai ce le avevano. I più in verità - gauchos e baqueanos, vagabondi senza fissa dimora - sarebbero stati pronti a partire verso nuove avventure. 
A quel punto ai torvi amministratori della Società balenò un’idea tanto geniale quanto perversa. Se non avessero pagato i salari di tutti quegli operai i guadagni che avrebbero tratto dalla vendita del legname sarebbero stati netti. Ma come fare? Presto detto e fatto. L’ultimo rancio destinato a quei poveri diavoli che aspettavano di essere traghettati sulla terraferma dalle imbarcazioni della stessa Società, venne mescolato al veleno e fu a tutti fatale.

L’ isola alla foce del Baker venne così abbandonata al suo carico di morte e all’oblìo.
Carretera Austral

 Dopo un breve soggiorno a Caleta Tortel e tante bevute al Rey de los Cipreses, Antiguo Vidal decise di andare a verificare di persona le storie che aveva qua e là raccolto e che messe insieme potevano svelare il mistero intorno alla scomparsa di suo nonno. E fu lui a trovare  mucchi di ossa  disseminati lungo la spiaggia e impigliati tra le fronde della foresta pluviale cresciuta rigogliosa a prova del fatto che la vita è sempre più forte della morte.
Successivamente una congregazione religiosa guidata da un prete italiano si prese cura di costruire sull’ isola un cimitero per dare degna sepoltura a quei poveri disgraziati che oggi solo il nome dell’ isola ricorda. Si chiama infatti semplicemente Isla de los Muertos, l’ Isola dei Morti.



Il tempo trasformò la storia in diverse leggende ricche di ulteriore orrore attorno all’ Isla de los Muertos di cui venni in parte a conoscenza in maniera decisamente fortuita – o forse no - mentre facevo un giro in bicicletta da quelle parti.


Quando partii insieme a mia moglie per quel viaggio non lo sapevamo ma nel novembre del 2003 veniva inaugurato il tratto di strada che collegava via terra Caleta Tortel al resto del mondo. Prima di allora il villaggio di boscaioli poco distante dalla foce del Rio Baker, era raggiungibile solo per via fluviale o marittima e ora quei 25 km di strada sterrata che perforavano letteralmente la foresta venivano inaugurati proprio mentre noi passavamo da quelle parti.


La digressione a Tortel fu di quelle epiche, perché ci trovammo coinvolti nella cerimonia inaugurale dell’ avvenimento, come i primi ciclisti a percorrere quel tratto di strada, assieme alle autorità del posto, tra le quali figurava perfino il Presidente della Repubblica Lagos. Questi aveva lo stesso cognome di mia moglie (e a questo punto mi viene da dire che non poteva essere un caso) e ci volle sul palco delle autorità mentre la banda intonava l’ inno nazionale e tutti gli abitanti, sì e no un centinaio di persone,  stavano seri con il petto gonfio e lo sguardo inebetito.
Pioveva forte e i festeggiamenti furono trasferiti sotto un gran tendone dove  vino rosso e Pisco, un distillato simile alla grappa, scorrevano a fiumi. Fu lì che conobbi Paulo, intraprendente e giovanissimo impresario del luogo, dedito a ogni tipo di attività: dall’allevamento alla pesca, dal taglio degli alberi alla costruzione di barche fino al turismo. La sua famiglia possedeva un “campo”  attaccato al ghiacciaio Jorge Montt, lembo settentrionale dello Hielo Continental Sur, che si raggiungeva in 5 ore di navigazione dal villaggio e dove vivevano i suoi vecchi genitori, qualche suo fratello e poche vacche temprate dal duro clima del luogo dove Paulo portava circa 10 turisti l’ anno, tra i quali anche noi.
Dopo qualche bicchiere, Paulo si fece serio e ci raccontò dell’ Isla de los  Muertos con aria tutt’ altro che leggera, tanto da farmi venire davvero i brividi e pure dei dubbi sulla veridicità di una storia tanto terribile. 


Così il giorno dopo salpammo in un’alba veramente da morti con la sua scricchiolante “chalupa” in profumato legno di Cipres de las Guaitecas alla volta dell’Isola.
Villa O'Higgins fine della Carretera Austral

L’ estuario del Rio Baker era enorme, l’ acqua già da qualche miglio era diventata marrone e il motore faceva una gran fatica a risalire la corrente  costellata di resti di tronchi galleggianti che sembravano scheletri. Pioveva, come da copione, il cielo era nero e grosse nuvole stazionavano a pochi metri dal suolo. Era l’atmosfera adatta per quel viaggio, pensavo, mentre le  montagne apparivano e scomparivano tra le nubi mostrando i loro ghiacciai pensili come in una sinistra favola gotica. 
In canoa nei fiordi del Pacifico (ph.L.Nadali)
L’ approdo fangoso si aprì subito sull’ infinità di croci senza nome diligentemente allineate e riparate da steccati di legno marcio che occupavano l’ intera superficie dell’ isola. Su alcune di esse era stato incastrato un teschio umano e muoversi a piedi tra le tombe significava affondare nel fango almeno fino a metà tibia. Altre ossa erano ammucchiate qua e là e gli unici fiori erano quelli degli arbusti che crescevano ovunque tra i faggi megellanici.

La leggenda era dunque una storia vera.

giovedì 12 aprile 2018

Trekking in Nepal al Campobase dell'Everest (19ott-5nov 2018) in occasione del festival buddhista del MANI RIMDU

A breve inserirò nel sito il  programma dettagliato di questo viaggio che ho fatto tantissime volte senza mai stufarmene.
L'Ama Dablam da Namche Bazaar
QUI IL PROGRAMMA DETTAGLIATO 

Il MANI RIMDU è una festa che si celebra presso il monastero buddhista di Tyangboche a 3850m. lungo la via dell'Everest all'ultima luna piena di novembre, una cerimonia tra il sacro e il profano alla quale partecipano migliaia di locali e trekkers.

Ho voluto intanto pubblicare le date di questo trekking affinché chi fosse interessato possa organizzarsi per tempo.
A tra poco con i dettagli.

Intanto sono disponibile per informazioni +39.3277105289 (tel e watsapp) o via mail info@marcellocominetti.com

giovedì 1 marzo 2018

In Evidenza: Sentiero E4 a Creta (24-29aprile)


PARTENZE PRIMAVERILI CONFERMATE PER: 
clicca sul nome per andare al programma-iscrizioni aperte ma posti limitati


Porto Loutro

Verso le Gole di Tripiti
Chora Sfakion, chiesa ortodossa
-Sentiero E4 sull'isola greca di CRETA dal 24 al 29 Aprile, 680€/pers. Le storiche vestigia di alcune delle civiltà più antiche del vecchio Continente, unite a scorci mediterranei di bellezza estrema e all'accoglienza della popolazione locale e della sua gastronomia, sono solo alcuni degli "ingredienti" che rendono una camminata a Creta, un'esperienza imperdibile. Si cammina su buon sentiero (tranne pochi tratti) lungo la costa meridionale che si affaccia sul Mar Libico e ci si ferma in remoti villaggi pernottando in comodi B&B, cenando in riva al mare tra i pescatori. Le tappe hanno lunghezza variabile e iniziano brevi per terminare più lunghe e impegnative e sono adatte a normali escursionisti. Lo zaino, se si porta l'indispensabile, è leggero e chi vuole può fare il bagno in mare ogni giorno. 
Per raggiungere Chania: www.skyscanner.it , possibilità di estendere la permanenza a Creta visitando l'isola con mezzi pubblici o noleggiando a prezzo basso un'auto. 
Informazioni info@marcellocominetti.com tel. e wa +393277105289

lunedì 19 febbraio 2018

Dedicato a Jim Bridwell

Non vorrei che questo blog venisse scambiato per una serie di necrologi. Prima la Hawley, ora Bridwell... Spero che il prossimo post abbia altro tema.
Mi sembra riduttivo congedarmi da Jim Bridwell con un racconto superficiale che avevo scritto per un magazine locale, ma se penso a quei giorni sulle Dolomiti, ricordo tanto divertimento e follia.
Poi, The Bird, cazzo, te ne sei volato via all'improvviso e chi se la sente di scrivere qualcosa di circostanza? Beccatevi quindi queste righe.


CLIFFHANGER
Valanghe, aneddoti e paura sulle Dolomiti prestate a Hollywood per le scene più spettacolari di un ormai vecchio e patetico film.



Alle nostre spalle, la turbina del Bell 205 ronzava rassicurante nell’abitacolo mentre lo Huey imboccava la Val Mesdì avvolto dalle nuvole con noi e mezza tonnellata di attrezzatura cinematografica dentro.
Praticamente solo io, guida di montagna del posto, sapevo dove eravamo e Marc Wolff, il navigato pilota inglese ai comandi, si fidava di me in maniera preoccupante.
Il vecchio elicottero di scena e trasporto su cui ci trovavamo era un cigolante catorcio reduce dalla guerra del Vietnam e si era beccato diverse raffiche di mitragliatrice, tanto che i sei fori mal stuccati sul montante destro del portellone facevano spesso da sfondo alle foto ricordo che in molti di noi si facevano.
Il velivolo, assieme a un suo gemello, era stato noleggiato nel 1993 presso una ditta tedesca dalla Carolco Pictures, la casa di produzione americana a cui faceva capo una variegata troupe, e di cui anch’io facevo rocambolescamente parte, che girava Cliffhanger, un film con Sylvester Stallone come protagonista nelle vesti di un improbabile alpinista alle prese con dei criminali.
Il regista Renny Harlin dirigeva quello che poi risultò nelle sale come  un polpettone avventuroso in salsa hollywoodiana che per gli alpinisti non riusciva ad essere neppure un film comico, ricopiando nella trama una storia realmente accaduta negli anni ’70.
Sui monti di Yosemite negli Usa precipitò un piccolo aereo carico di droga e dollari. Era inverno e alcuni scalatori hippies della zona scoprirono per primi i rottami e…vissero qualche anno di rendita. Anni dopo uscì anche un libro che raccontava la storia che nella traduzione italiana si chiamava Angeli di luce.
Per tirarci fuori un colossal la regia si inventò una storia gonfiata da agenti dell’ FBI corrotti, eroi del soccorso… di montagna (stavo per dire “alpino” ma nelle montagne rocciose dove il film è ambientato, bisognerebbe dire “roccioso” e non suonerebbe eroico abbastanza), cattivi senza scrupoli e donnette innamorate che precipitano dalle rocce e quelle cose lì, tanto care agli estimatori del cinepanettone in versione alpinistica.
Per realizzare il film la produzione miliardaria aveva cercato il fior fiore dell’alpinismo (cosa ci facessi io, modesta guida alpina da Corvara, quindi non l’ho mai saputo) e quel giorno delle nuvole in Val Mesdì sui tre elicotteri diretti alla cima dell’Antersass c’erano assieme al sottoscritto: Jim Bridwell “the bird”, se mettete il suo nome su Google non vi basterà una settimana per conoscere le sue avventure leggendarie, David Brashears, che girerà nel ’96 il suo celeberrimo Everest portandosi sul tetto del mondo una cinepresa Imax 3D, Robert Shauer, himalaysta da primato, Mike Weiss mitico alpinista patagonico prestato al cinema di Hollywood, Paul Sibley e Bob McDougal, inventori -tra gli altri- di una certa marca californiana detta Patagonia, Ron Kauk il nero navajo eroe di Moonlight Lightning e altre storie incredibili, David Schultz recordman de El Capitan e Wolfgang Gullich senza dubbio lo scalatore ad oggi più bravo e poliedrico mai  esistito!
Nessuno di loro, quel giorno di fine marzo, era mai stato dove ci trovavamo e la visibilità vicina allo zero non metteva allegria in nessuno, me compreso, nonostante avessi percorso quella valle decine e decine di volte e solo per questo posammo fortunosamente ad un certo punto i pattini sulla cima che cercavamo.
Un’enorme cornice di neve si protendeva verso il versante settentrionale sporgendo per una decina di metri sulla parte superiore della Val Mesdì. Era quello che ci serviva perché dovevamo riprendere una valanga mentre precipitava da ogni angolazione, compreso il suo interno, con due cineprese infilate in altrettanti robusti cassoni d’acciaio muniti di oblò ancorati sulla parete da dove la valanga sarebbe precipitata.
Come farla cadere? Erano venuti con noi due esperti di esplosivi della Val Badia che ci aveva mandato Heinz Kostner, allora sindaco di Corvara e membro del soccorso alpino, con cui avevamo individuato giorni prima il luogo adatto durante una ricognizione in elicottero durata ore. Infatti questo era una delle mie mansioni: individuare “posti” adatti che in gergo si chiamano locations.
Perplessi, i due “fuochini” osservavano il nostro gruppo di gente un po’ fuori di testa (avete mai visto dal di dentro una troupe cinematografica?) che tra un “wow” e un “killer” (=figata in slang californiano) si aggirava pericolosamente sull’enorme cornice di neve nell’eccitazione che precede qualcosa di clamoroso.
A me ‘stavolta toccava il ruolo di mediazione e traduzione tra gli addetti all’esplosivo e i pazzi con le cineprese e altre diavolerie elettroniche: tralicci, binari, torrette, cavalletti, batterie, pellicole e computers.
Il tempo era orribile e si prospettava una notte nel locale invernale del Rifugio Boé, perché gli elicotteri non si fidavano a venirci a riprendere, e io avevo già detto che con i due fuochini ci saremmo fatti scivolare sul sedere fino a Colfosco andandocene a casa nostra, sotto gli sguardi sbigottiti degli yankees che forse si credevano in cima al Denali.
Grazie a un buco tra le nuvole gli elicotteri arrivarono e il giorno dopo, che il tempo era bello, tornammo lassù per finire il lavoro.
Mentre gli alpinisti posizionavano le ultime cariche esplosive sulla cima, gli operatori prendevano posizione sotto la guida del regista e del direttore della fotografia su dei massi a circa metà della Val Mesdì. Tutto era pronto e via radio si diede il “via” all’esplosione che fu di potenza eccessiva e provocò un’enorme massa di neve che precipitò verticalmente per circa 400m lungo la parete nord dell’Antersass. Quando i blocchi di neve grandi come case toccarono il suolo si levò in aria una nuvola bianca che avanzava minacciosamente verso di noi, che eravamo una trentina di persone. In preda al panico e urlando imprecazioni come si sentono nei film di guerra americani quando gli Zero giapponesi si immolano sul nemico con i loro kamikaze ai comandi, tutti si misero a correre verso valle per mettersi in salvo. Io cercavo di urlare che era solo polvere e non c’era nessun pericolo ma ormai la situazione era fuori controllo e tutti correvano, inciampavano nella neve fonda e ruzzolavano fino a quando, tutti avvolti dal pulviscolo bianco, si resero conto che non c’era pericolo e semmai ci saremmo solo un po’ infreddoliti.
L'esplosione sull'Antersass
Finì tutto in una risata che durò ore!
Le cineprese erano restate in funzione. Buona la prima! Anche perché una seconda non ci sarebbe potuta essere.
Nel montaggio, assieme ad altre due valanghe girate su una pista di Ra Valles a Cortina e alle Cinque Torri, la scena sembra apocalittica. Stallone/Gabe nella stessa si toglie la giacca restando in canottiera per mettere in bellavista i bicipiti…
La fiction è proprio il bello del cinema e Rambo-Rocky, in questo caso, la sua apoteosi.

sabato 27 gennaio 2018

Namasté Miss Hawley

Se ne è andata all'età di 95 anni colei che tutti avevano soprannominato Miss Himalaya: il data base dell'alpinismo sugli 8000, e non solo. Elizabeth Hawley, classe 1923.
Ero stato in casa sua a Kathmandu nel 2008 in compagnia di mia moglie (Marta Trucco, giornalista), mio figlio maggiore Tommaso e una nostra amica nepalese: Beni Hoyu.
In verità l'avevo conosciuta anni prima quando era piombata nel mio albergo nella capitale nepalese, a pochi minuti dal mio arrivo con ancora lo sconvolgimento nelle ossa del viaggio aereo. Per me i viaggi aerei sono sempre tutti troppo lunghi e faticosi. Non ricordo neppure più a che cima fossi diretto ma lei lo sapeva benissimo.
Mia moglie l'aveva poi intervistata appunto per il settimanale D di Repubblica e l'intervista potete leggerla qui sul blog di Alessandro Gogna o nella colonna di destra di questo stesso web. Lì potrete sapere molto su di lei. E' inutile che io lo ripeta qui.
Miss Elizabeth ci accolse con inaspettata cordialità e ci rapì i sentimenti portandoci nel suo mondo immediatamente, raccontandoci con ironia la sua vita.
Il suo vecchio e rombante maggiolino Volkswagen era davvero parcheggiato nel parco di casa sua, una villa in stile liberty contaminato dalle discutibili geometrie moderne del paese di Tengsing, con alti alberi su cui volteggiavano minacciose grosse scimmie.
Il suo spirito tipicamente britannico tradiva fin troppo chiaramente un'origine d'oltremanica a dispetto della sua terra di nascita: Chicago negli USA.
E.Hawley, B.Hoyu, T.Cominetti e M.Trucco a Kathmandu
La studio di Elizabeth Hawley sembrava un luogo psichedelico, addobbato dagli oggetti più disparati: pupazzi di peluche, stufette a gas e elettriche d'ogni foggia, diplomi e riconoscimenti, fotografie con dediche illustri e libri. Tantissimi libri.
Il ricordo di quella mattinata nella sede dell'Himalayan Trust è indissolubilmente legato alla simpatia di questa donna d'altri tempi dall'umorismo tagliente tipico di un'intelligenza e una sensibilità superiori alla media.
A dispetto di tutti i suoi aggeggi domestici di riscaldamento se l'è portata via una polmonite, che purtroppo alla sua età è come trovarsi nel pieno delle forze sotto la caduta di un seracco!
La sua vita, davvero unica e interessante, è raccontata da Bernadette McDonald nel libro "Ti telefono da Kathmandu" con prefazione nientemeno che di Sir Hedmund Hillary.
 verso la scuola di Pangboche una delle prime costruite da Hillary
Miss Hawley però non era solo l'investigatrice alpinistica che tutti conoscevano, perché era una giornalista pura animata da grande spirito di avventura e grande curiosità, pur non avendo mai avuto interesse a salire una cima per suo conto.
Mi ricordava un po' quel personaggio (reale) ritratto a Napoli da Edoardo De Crescenzo nel suo Così parlò Bellavista, interpretato da un sarto che aveva nel suo atelier esclusivamente foto di montagne celebri. L'intervistatore gli chiese se era appassionato di montagna e il sarto rispose che era la sua più grande passione. Quindi lei avrà salito chissà quante cime, fu la domanda seguente. La risposta del sarto fu: mica sono scimunito, ho detto che ne sono appassionato ma io sulle montagne non ci vado perché è pericoloso e si fa fatica.
NAMASTE' Miss HAWLEY


venerdì 26 gennaio 2018

9 Marzo serata a PONTEDECIMO (GE) : "LIVE SIMPLY"

Invitato da un vecchio amico (Carlo Ferrari) prenderò parte alla rassegna di Viaggi
OBIETTIVO SUL MONDO
Nel video i dettagli e sulla pagina Facebook dedicata, tutte le altre informazioni.
https://youtu.be/JumEXUBCKXI  video

http://www.mentelocale.it/genova/eventi/73618-obiettivo-sul-mondo-2018-multivisioni-di-viaggi-in-4-serate-le-proiezioni.htm programma delle 4 serate

Purtroppo per gravi motivi personali sono stato costretto a disdire questo impegno.

giovedì 4 gennaio 2018

UNA MISURA DI CIVILTA'


Fontana di Lyssos a Creta (GR)
A Creta la stagione turistica si protrae da aprile a novembre. Nei ristoranti di Chania o delle numerosissime località balneari bisogna prenotare il tavolo anche in bassa stagione, tanto sono affollati.
Posti meravigliosi, gente affabile e schietta, prezzi onestissimi, gastronomia eccellente e servizi della massima efficienza sono gli ingredienti di tanto successo. Lungo le nostre riviere a fine Settembre a volte non trovi un bar aperto per berti un caffè, tanto per fare un paragone, ma come mai?
A Creta, ma non succede solo lì, ti siedi al tavolo in un qualsiasi ristorante e ti portano, senza che tu l’abbia chiesta, una brocca di acqua naturale da bere, alla fine del pasto il tipico liquore raki ti viene offerto di default e il coperto non esiste nelle voci del menù. Insomma, i motivi per andare a Creta non mancano.
Andiamo ora sui monti.
Fontana a Sottoguda, ottima accoglienza anche turistica!
Lungo l’arco alpino l’acqua non manca di certo e i vecchi montanari hanno costruito fontane e abbeveratoi in ogni valle. Le prime per dissetare le persone e per fare il bucato e i secondi per le bestie. 
Prima, durante o dopo una gita, incontrare una fontana è sempre piacevole. 
Nel bel libro di Reinhold Messner Ritorno ai Monti, c’è una frase che considero di estrema poesia e pragmatismo: 

“nel tornare a valle la fontana disseta 
tanto il più audace degli alpinisti 
quanto il semplice camminatore”.

Nei paesi delle Dolomiti dove vivo le fontane stanno scomparendo perché l’avanzata del turismo ne fa a meno volentieri a vantaggio delle terribili bottiglie in plastica. Quando ero piccolo e dicevo a mia madre che avevo sete, mi diceva che a casa avrei bevuto. A volte prima di arrivare a casa mancava qualche ora e così ho imparato a sopportare la sete. Oggi, la mamma moderna, compra subito la famigerata bottiglietta.
Fontana a S.Rocco di Camogli

Torniamo ai monti. Laddove il turismo si espande le fontane lasciano posto ai bar e basta deviare per una valle laterale meno “firmata” che subito le fontane riappaiono. Io vivo in una di quelle e davanti a casa ho una fontana dove chiunque può bere, a qualsiasi ora. Trovo che incontrare l’acqua gratuita sia una grande dimostrazione di civiltà e un metro per valutarne la portata.
Un turista intelligente dovrebbe boicottare quelle località che levano le fontane in nome di un mancato controllo sanitario, usato come scusa. Bere da una fontana non ha mai fatto ammalare nessuno ma è gratis, questo è il problema. La sterilità e la dubbia provenienza, nonostante tutte le certificazioni a norma di legge  dell’acqua commerciale in bottiglia, contrastano nettamente con un’idea di libertà e nella Natura l’essere umano ama sentirsi libero. O forse mi sbaglio. Amava, sarebbe meglio dire, perché ai più la Natura fa paura e la vivono attraverso le vetrate della spa dell’hotel stellato nel quale si sono blindati per la vacanza di rito.

Fontana a Baunei in Sardegna
Ho vissuto molti anni in Sardegna dove l’acqua potabile è una risorsa rara. Rarissima in piena estate in certe zone. Il suolo calcareo non la trattiene in superficie e le poche sorgenti sono considerate luoghi sacri. Non di rado in corrispondenza di una sorgente si trovano immagini e manufatti religiosi a simboleggiare un’atavica e antica necessità umana.
La sacra fonte di Su Gologone è divenuta negli anni un'attrazione turistica.
Quando avevo poco più di dieci anni ho trascorso tre estati a Santulussurgiu, dove quotidianamente accompagnavo il mio amico Gian Bachisio, più grande di me di un anno, a dorso d’asino, a raggruppare le sue vacche presso l’unico abbeveratoio della zona, dove altri pastori facevano la coda con le loro greggi e mandrie, per abbeverare a dovere le bestie smagrite dal caldo e dalla siccità.
Mio padre, dall’alto della sua saggezza, ha imparato da molti anni a distinguere le diverse sorgenti per il tipo d’acqua che vi sgorga utilizzandola per curarsi lievi malattie, malesseri temporanei, indisposizioni del fisico. Questa cultura dell’acqua l’ha trasmessa a tutta la sua famiglia sottolineandone sempre il valore legato alla Natura, che ha da offrire ai suoi abitanti questa e altre preziosità.
Come posso dissetarmi acquistando una bottiglietta di plastica?
"La sete" foto di Giuseppe Cominetti 1958
Recarsi alla sorgente con orci rigorosamente di vetro (guai a usare taniche in plastica) è scomodo ma scandisce un tempo che non c’è più e che non andrebbe perduto. E’ come la stufa a legna in casa quando fa freddo. Con tre pezzi di legno ti scalda. Certo, il termostato a muro dove scegliere la temperatura ideale, anche da remoto, è una bella comodità. Arrivi a casa ed è calda al punto giusto. Ma quel paio d’ore spese ad attizzare il fuoco con addosso un bel maglione di lana pesante in attesa che la temperatura diventi accogliente, siamo così sicuri che siano buttate? Non sono forse le comodità che generano stress con il loro essere appunto comode?
Provate a starvene da soli davanti a un termosifone con una bottiglia di plastica e forse potrete rimpiangere chi se ne sta davanti a un bel fuoco con una brocca d’acqua di sorgente per dissetarsi a dovere.
L’acqua è indispensabile alla nostra sopravvivenza e non deve essere resa commerciale per il guadagno di pochi a discapito degli altri, che sono la maggior parte.
Un paese che si dichiara civile dovrebbe avere chiari questi valori di base prima di darsi a dei progetti ambiziosi d’ogni genere e sorta. L'acqua nelle bottiglie di plastica, non compratela.
Fontana di guerra sulla Cengia Martini al Lagazuoi

lunedì 1 gennaio 2018

TROLLEY GENERATION

Con la mia splendidamente scomoda
borsa a S.Isidro (ARG)
Nel 1990 viaggiavo molto e una nota ditta produttrice di valigie mi fece un regalo: una capiente borsa con manico allungabile e ruote. Le due rotelle, montate su cuscinetti a sfere, facevano spostare la borsa con estrema facilità e ci potevo caricare dentro un sacco di roba, anche pesante, portandomela appresso con poco sforzo. Ai tempi era una novità.
La usai molto, fino a sfondarla ma un calzolaio me la riparò e ce l’ho ancora. E’ bella perché è vissuta nell’aspetto e soprattutto funziona ancora a meraviglia. Ma non la uso più! Viaggio un po’ meno di allora ma abbastanza per avere bisogno di borse e non ne ho mai più voluta una con le ruote. Mi succedeva che caricavo un sacco di cose che poi non mi servivano . Sono sempre stato fedele al principio che se hai il dubbio tra portare o no una cosa, che magari potrebbe servire, quella cosa va lasciata a casa.
Evidentemente non la pensano così la maggior parte delle persone: basta prendere il treno, per incocciare in una moltitudine di passeggeri che trascinano dietro di sé pesanti valigie a ruote che poi non riescono a mettere sulle cappelliere, ingombrando i corridoi. Mi dico che in quelle valigie ci saranno sicuramente molte cose inutili, che vengono caricate al loro interno solo perché con le ruote si trasportano più facilmente.
Viviamo in un sistema fondato sulla crescita, dove l’essenzialità è malvista e non può essere associata all’odierna idea di benessere che si basa sul possesso di oggetti più o meno costosi e non sull’effettiva qualità della vita e sulla felicità delle persone. Per me “stare bene” non può dipendere dal possesso di cose ma da come mi sento indipendentemente da esse. E poi, con meno oggetti, si è più agili e leggeri.
Sono un alpinista e da molto tempo ho capito che per salire sulle montagne, facili o difficili che siano, meno cose ti porti e meglio è. Si è più veloci, efficaci, meno stanchi e non ultimo anche più sicuri.
Questo mio modo di pensare spesso mi procura dei problemi nei confronti di molte persone.
Mi compro pochi vestiti, cambio la macchina quando non ne può più e non quando esce un modello nuovo, mangio poco e le cose che possiedo so quanto durano e quindi non le cambio solo perché mi hanno stufato.
Insomma per il sistema sono un danno ma sono certo che inseguire la crescita a tutti i costi (stress, poco tempo libero, mancanza di affetti, ecc) non renda felici e porti malamente alla fine. Ogni cosa cresce e poi raggiunge un suo equilibrio, ma se continuiamo a pomparla per farla crescere sempre più, prima o poi scoppia.
A cavallo tra gli anni ’90 e i primi del 2000 ho fatto l’istruttore ai corsi per diventare Guida Alpina. Una bella esperienza a contatto con gente giovane e entusiasta di ciò che faceva. Mi sono sempre tenuto alla larga dalle “novità a ogni costo”  pur essendo curioso, e ho cercato soprattutto di insegnare agli allievi come si fa questo complicato e bellissimo lavoro. Smisi di fare l’istruttore quando, tra l’attrezzatura da alpinismo, apparve un oggetto assolutamente inutile: la dasy chain, un anello di fettuccia in nylon cucita in più punti in modo da ottenere molti anelli più piccoli a guisa di catena, utilizzabile per vari scopi. Il bello è che tutti questi scopi  possono essere assolti egregiamente dall’attrezzatura base che ogni alpinista si porta appresso. Non sto qui a elencarli, ma aggiungere un ulteriore attrezzo a quell’insieme, a volte complicato, di elementi che ci assicurano a una parete (imbragatura, moschettoni, fettucce, cordini, chiodi, ecc), mi sembra  superfluo e pure pericoloso.  In breve, nell’alpinismo, se di un oggetto non ne senti estremo bisogno significa che non serve averlo, ovviamente occorre scegliere con estrema cura solo l’indispensabile.  Nel 1983 Jean Marc Boivin salì in 10 ore l’integrale di Peuterey da solo dichiarando di non avere portato con sé la borraccia, visto che non gli serviva!

Un amico si era appena comprato un lussuoso pullmino 4x4, alle porte dell’inverno l’aveva dovuto dotare di pneumatici invernali e, alla mia proposta di venirmi a trovare in montagna per farci qualche gita, mi rispose che dopo l’acquisto delle gomme era rimasto senza soldi, e quindi sarebbe restato a casa. Robe da matti.


Non credo che la fatica vada scansata a prescindere. Ci sono connesse a essa infiniti elementi che determinano il nostro vero benessere. Quindi quando viaggio mi porto una borsona con tracolla e ci metto dentro l’indispensabile per non farla troppo pesante e per non ritrovarmi in giro pieno di cose inutili.